È noto che il tema della sicurezza delle città è così complesso e vasto che non può essere ridotto alla sola nozione di ordine pubblico o di presidio del territorio: l’uso associato di azioni e misure preventive cosiddette situazionali o emergenziali (telecamere urbane, aumento della vigilanza, ronde private ecc..) non garantiscono la loro efficacia nel tempo ed il rischio di minacciare talune fondamentali libertà dei cittadini è fortissimo.
Infatti saremmo costretti a vivere in una città blindata, fortificata in alcune sue parti, a vivere in uno Stato di polizia con una sorta di coprifuoco permanente. Se questi sono i possibili scenari prefigurabili verrebbero minati proprio quelle basi sociali che lo Stato deve garantire ai propri cittadini: consentire di svolgere serenamente le loro libertà di vita economica, culturale e ricreativa in ogni luogo ed in ogni momento.
Di fronte ad un rischio emergenziale, quale appunto la difesa da quei reati che fanno quantità e ai quali i cittadini danno molta importanza, si è soliti ragionare più con l’emozione anziché con la ragione, con la repressione piuttosto che con la prevenzione.
Ma questo fa aumentare il senso di insicurezza, di paura e, come ha evidenziato il rapporto CENSIS del 1999, una società impaurita non può che mettere a rischio i suoi stessi livelli di benessere. Ecco l’importanza e cogenza dell’argomento: la posta in gioco è obiettivamente rilevante.
Da molto tempo si riconosce nell’urbanistica e nell’architettura delle città delle determinanti che possono largamente contribuire a ridurre certi fenomeni legati alla microcriminalità, al malcostume e all'inciviltà, perché esiste un nesso di casualità tra aumento dell’insicurezza urbana e il calo di identificazione della popolazione con il proprio territorio. Questa crisi profonda fra abitante ed ambiente urbanizzato è preoccupante perché fa scomparire i ben noti comportamenti di “autodifesa” territoriale: la distruzione di molti legami con l’ambiente fisico delle città porta con sé l’annullamento dell’impegno emotivo del cittadino verso la comunità e il suo conseguente isolamento nei confronti dell’ambiente urbano in cui vive, lasciando dunque campo libero a forme degenerative di vario tipo.
Gi autorevoli studiosi, come l’architetto Giancarlo De Carlo, scrissero: “il degrado di un’area urbana comincia con l’arresto dei processi di manutenzione negli edifici quando non sono più corrispondenti alle esigenze e alle aspettative di chi li usa. Ma la non corrispondenza degli edifici è provocata anche da cause esterne concomitanti e reciproche, e cioè dall’arresto dei processi di manutenzione negli spazi tra gli edifici: strade, piazze, equipaggiamenti tecnici, arredi, segnali, decorazioni. Quando i processi di manutenzione si arrestano negli edifici e negli spazi tra gli edifici, l’area urbana decade con accelerazione sempre più rapida e la sua popolazione cambia in termini di classe (restano i più poveri) e di specializzazione sociale (arrivano i gruppi emarginati inclini a comportamenti conflittuali).”
Ancora prima, Corrado Terzi, argomentando su “decadenza dello spazio urbano e regressione sociale”, poneva in evidenza quel meccanismo secondo il quale “al crescente decadimento della qualità dell’ambiente urbano corrisponde la comparsa di forme regressive nel comportamento sociale”.
Infine, ma non per ultimo, un convegno tenutosi a Trento qualche tempo fa sulla sicurezza urbana e pianificazione del territorio, il dott. Von Kodolisch, dell’Istituto tedesco di Urbanistica di Berlino, ha evidenziato il fatto che la città è da sempre teatro di fenomeni legati alla criminalità, ciò che varia, che si diversifica, è l’intensità della percezione che i cittadini hanno di questi fenomeni, visto che diverse sono le reazioni che essi conseguentemente evidenziano. Secondo questi postulati egli fa derivare “una stretta relazione (esistente) tra l’assetto della città, la sua organizzazione e la sicurezza, tanto che le infrastrutture, gli insediamenti, gli edifici di una città possono indiscutibilmente contribuire a determinare un aumento o una diminuzione dei fenomeni criminali. Da qui il ruolo degli enti locali che potendo decidere in merito alle strutture e, entro certi limiti, influenzare con le loro scelte in materia urbanistica l’insorgere o meno di episodi di criminalità.”
Partendo dal presupposto che le azioni degli uomini sono determinate dalle situazioni, è nostra convinzione che la domanda sociale di sicurezza delle città sia traducibile e debba essere tradotta in termini urbanistici ed architettonici.
La città è innegabilmente luogo che crea occasioni di ogni tipo e che dipendono da una serie di fattori di ordine politico, sociologico, psicologico ed anche urbanistico, come altrettanto innegabile è riconoscere nel suo decadimento e nello squallore di certi suoi spazi un ingrediente di quell’humus nel quale si sviluppano certi comportamenti sociali deviati.
Lavorare sulla città, sulla sua organizzazione urbanistica e qualità architettonica rappresenta una linea di intervento da collocare nel campo della prevenzione. Detto questo, pare proprio che il Soggetto cui fare riferimento nel proseguo sia la qualità urbana la quale permette, conformemente alle esigenze, alla cultura ed alle tradizioni locali (per rispettare il carattere di ogni città), di indagare le interrelazioni tra l’edificato e gli spazi da questo determinati sui quali intervenire successivamente.
Ribadiamo l’importanza della necessità di riferirsi alla struttura dello spazio fisicodelle città perché questa è finalizzata alla definizione di interventi strategici a sostegno della vitalità e della sicurezza dei propri ambienti urbani.
Possono costituire interventi finalizzati in tal senso determinate sistemazioni di particolari vuoti urbani (piazze, viali, parchi, ecc.), come anche certi edifici, lo studio di una particolare illuminazione, della segnaletica, dell’arredo urbano, della mobilità intesa anche come un sistema di percorsi sicuri, quindi attenzione sulla linearità delle visuali, sulla forma e struttura degli spazi, dei percorsi stessi, della vegetazione dei parchi, sino alla concezione dell’alloggio e del suo spazio circostante se questi sono, o possono essere, propizi allo sviluppo della personalità individuale e collettiva degli individui.
Come assoziazione siamo convinti che l’urbanistica e l’architettura abbiano e debbano avere un ruolo fondamentale nei processi di costruzione di una sicurezza urbana perché ciò significa porre l’attenzione su tutta una serie di elementi e fatti urbani che come poc’anzi ricordavo sono in grado di avere una forte rilevanza sulla vivibilità e condizione d’uso di una città.
Noi riteniamo però che l’ambiente urbano potrà essere realmente più sicuro se alle azioni e alle strategie che verranno messe in campo, ci sia uno spazio attivo per gli utenti al fine di renderli compartecipi alla sua creazione e gestione ed alimentare, quindi, quei sentimenti di autodifesa territoriale cui accennavo all’inizio.
A questo punto la revisione in termini di esigenza di vivibilità e condizioni d’uso delle città, ivi compreso l’abbattimento delle barriere architettoniche, credo si ponga con estrema necessità per cui si deve passare dagli enunciati di principio e di buoni propositi, dalla lunga fase di studio, alla concretizzazione, anche alla sperimentazione se vogliamo, purché la prevenzione strutturale diventi una realtà, un aiuto ai soggetti che per mestiere si occupano di sicurezza.
Perché ciò possa accadere, diventa prioritario disporre di strumenti adeguati che superino quei concetti di razionalità organizzativa degli spazi che ha, di fatto, escluso dall’uso della città, intesa come spazio e come servizio, determinate categorie sociali oggi rilevanti: gli anziani, i bambini, i portatori di handicap, ed in generale di tutti i soggetti “deboli” cui far ricomprendere gli immigrati e tutti quegli abitanti “problematici” che caratterizzano oramai la disomogeneità di taluni quartieri.
Non proponiamo di inventare nuovi piani, è sufficiente integrare od aggiornare quelli di cui già si dispone, in primis il P.R.G., con criteri ed indirizzi capaci di tradurre il bisogno di sicurezza urbana in regole e scelte programmatiche.
Secondo gli psicologi, o almeno per alcuni di questi, sicurezza e solidarietà sociale si collocano all’interno di uno stesso registro: quello delle relazioni con se e con gli altri.
In un meeting del 1999, il dott. Antonio Zuliani, dell’associazione psicologi per i popoli, ebbe modo di dire che l’apertura alla relazione con gli altri prevede il prerequisito della percezione della propria sicurezza che il soggetto deve dunque sentire sempre garantita.
Come architetti CSA ci siamo allora chiesti quali possono essere le azioni possibili sulle città e sul territorio che favoriscono nei cittadini lo sviluppo di un sentimento di sicurezza. Siamo stati confortati dagli stessi psicologi quando tra le azioni importanti hanno ricondotto il favorire la crescita e lo sviluppo di luoghi di incontro tra le persone.
Più sopra abbiamo ricordato le conferenze di Strasburgo e di Barcellona che sono state delle pietre miliari inascoltate. In quelle sedi la Conferenza Permanente dei poteri locali e regionali e l’Unione Internazionale degli Architetti (UIA) arrivarono a dire che “un’architettura di buona qualità, così come una concezione dell’alloggio e dello spazio circostante ben concepite, nonché miglioramenti nella manutenzione e nella scelta dei materiali e inoltre una politica per integrare casa, commercio e affari, possono largamente contribuire a ridurre il vandalismo ed il tasso di delinquenza nelle città.” concetti ribaditi nel recente congresso torinese di UIA.
L’esigenza di assicurare una qualità urbana costituisce, a mio parere, la missione di architetti e politici nel disciplinare e fare architettura ed urbanistica se vogliamo che il risultato siano ambienti stimolanti la sicurezza.
La qualità urbana non è, e non dovrà mai essere, una questione effimera, di mera eccellenza estetica, bensì elemento di supporto e di coagulo delle correlate politiche di marketing urbano ovvero di tutti quei processi di promozione del prodotto città che ogni realtà locale deve mettere in moto per ricercare condizioni di sviluppo autosostenuto e rilanciare gli investimenti sulle città e per le città.
In questo contesto pare indubbio che qualità urbana assuma il significato di insieme di contributi che derivano dalle caratteristiche strutturali della città in termini di vivibilità, combinatamente a fattori e strategie di ordine sociale e politico finalizzate al ritorno di un valore d’uso dei suoi quartieri.
Ribadiamo l’importanza della necessità di riferirsi alla struttura dello spazio fisico delle città perché questa è finalizzata alla definizione di interventi strategici a sostegno della vitalità e della sicurezza dei propri ambienti urbani.
Se concordiamo sul fatto che sempre meno l’ambiente in cui viviamo è adatto a soddisfare i bisogni psicologici e fisici dell’uomo (anche in questo ambito ci riferiamo a studi degli anni 60-70: le ricerche percettive di Lynch e di Males, quelle socio-psicologiche del gruppo di Francoforte e quelle su Las Vegas di Robert Venturi che hanno, per l’appunto, messo in evidenza la criticità del funzionalismo urbano il quale ha eliminato ed elimina ogni componente affettiva della formazione dell’ambiente che porta a quell’isolamento e disaffezione che costituiscono gli ingredienti primi dell’insicurezza), il nostro Centro Studi è maggiormente convinto che l’urbanistica e l’architettura abbiano e debbano avere un ruolo fondamentale nei processi di costruzione di una politica sulla sicurezza urbana perché ciò significa porre l’attenzione su tutta una serie di elementi e fatti urbani che sono in grado di avere una forte rilevanza sulla vivibilità e condizione d’uso di una città (in termini reali e/o percettivi).
A questo punto la revisione in termini di esigenza di vivibilità e condizioni d’uso delle città, ivi compreso l’abbattimento delle barriere architettoniche, credo si ponga con estrema necessità per cui si deve passare dagli enunciati di principio e di buoni propositi, dalla lunga fase di studio, alla concretizzazione, anche alla sperimentazione se vogliamo, purché la prevenzione strutturale diventi una realtà, un aiuto ai soggetti che per mestiere si occupano di sicurezza.
Noi riteniamo però che l’ambiente urbano potrà essere realmente più sicuro se alle azioni e alle strategie che verranno messe in campo, c’è uno spazio attivo per gli utenti al fine di renderli compartecipi alla sua creazione e gestione ed alimentare, quindi, quei sentimenti di autodifesa territoriale. Infatti altri studi hanno dimostrato che all’attenzione edilizio-urbanistica deve essere affiancata un sostegno alla vitalità dei quartieri ed una mobilitazione della comunità locale in termini di costruzione di una coscienza sociale.
Viste le esperienze della “Carta Europea per la città” e del “Forum Europeo sulla Sicurezza Urbana”, Centro Studi Architetura intende proporre a FOAV di farsi promotrice presso la Regione (Veneto), per redigere una concertata Carta Regionale per la Sicurezza delle città, ovvero delle linee guida da considerare nelle politiche locali sia in termini urbanistici che architettonici.